
Lea Eouzan-Pieri, Galgacciu 2015
La concezione di paesaggio apre molteplici scenari e interpretazioni. La Convenzione europea del paesaggio stipulata nel 2000 a Firenze e firmata da 40 stati pone la percezione delle popolazioni a fondamento stesso del paesaggio. «"Paesaggio" designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. [1]
Fra gli aspetti più importanti della Convenzione vi è quella dell'estensione del concetto di paesaggio, superando la concezione estetica o di bella veduta. Le caratteristiche che individuano un paesaggio derivano dalla combinazione di fattori naturali con fattori umani e dai valori culturali presenti in quella specifica comunità. La sua percezione può variare a seconda dell’età, della cultura o del momento storico vissuto.
In una recente indagine dell’Università di Padova sul rapporto dei giovani con il paesaggio si è evidenziato come questo venga percepito quasi esclusivamente legato al concetto di natura e di verde. La maggior parte degli intervistati si dichiarava abbastanza sensibile ai temi ambientali e alla preservazione dell’area in cui viveva. Nel descrivere il loro paesaggio spesso affermavano: “Non c’è paesaggio perché non c’è niente di bello da vedere” in quanto il senso comune muove da un idea di paesaggio associato a un panorama da cartolina turistica e non dove si svolge la vita quotidiana.
Allo stesso tempo, soprattutto coloro che vivevano in piccoli paesi e in aree rurali, alla domanda “quale paesaggio per te è quello ideale” rispondevano un paesaggio moderno, dove per moderno era intesa la grande città con centri commerciali, grattacieli e parchi.
Ognuno vede e idealizza il paesaggio a suo modo.
Spesso come pellegrini per le strade di Corsica, nella smania di percorrere l’isola, ci perdiamo volontariamente nel paesaggio, per scriverne o solo per diletto. L’obbiettivo è quello di tentare di vedere e soprattutto ascoltare la maniera in cui il paesaggio dona forma, valore e sostanza agli spazi. Capirne il rapporto e il modo in cui si entra in relazione con esso, ma anche individuare le dinamiche con cui si modifica e influenza i processi relazionali.
E a tal proposito scriveva Pavese : "Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa” [2].
Fra gli aspetti più importanti della Convenzione vi è quella dell'estensione del concetto di paesaggio, superando la concezione estetica o di bella veduta. Le caratteristiche che individuano un paesaggio derivano dalla combinazione di fattori naturali con fattori umani e dai valori culturali presenti in quella specifica comunità. La sua percezione può variare a seconda dell’età, della cultura o del momento storico vissuto.
In una recente indagine dell’Università di Padova sul rapporto dei giovani con il paesaggio si è evidenziato come questo venga percepito quasi esclusivamente legato al concetto di natura e di verde. La maggior parte degli intervistati si dichiarava abbastanza sensibile ai temi ambientali e alla preservazione dell’area in cui viveva. Nel descrivere il loro paesaggio spesso affermavano: “Non c’è paesaggio perché non c’è niente di bello da vedere” in quanto il senso comune muove da un idea di paesaggio associato a un panorama da cartolina turistica e non dove si svolge la vita quotidiana.
Allo stesso tempo, soprattutto coloro che vivevano in piccoli paesi e in aree rurali, alla domanda “quale paesaggio per te è quello ideale” rispondevano un paesaggio moderno, dove per moderno era intesa la grande città con centri commerciali, grattacieli e parchi.
Ognuno vede e idealizza il paesaggio a suo modo.
Spesso come pellegrini per le strade di Corsica, nella smania di percorrere l’isola, ci perdiamo volontariamente nel paesaggio, per scriverne o solo per diletto. L’obbiettivo è quello di tentare di vedere e soprattutto ascoltare la maniera in cui il paesaggio dona forma, valore e sostanza agli spazi. Capirne il rapporto e il modo in cui si entra in relazione con esso, ma anche individuare le dinamiche con cui si modifica e influenza i processi relazionali.
E a tal proposito scriveva Pavese : "Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa” [2].
[1] Convenzione Europea del Paesaggio, versione italiana, Capitolo 1, art. 1 lettera a.
[2] Il diavolo sulle colline, Einaudi, 2020.
Paysages temporairement autonomes
Hakim Bey nella sua opera più famosa il saggio T.A.Z. introduce il concetto “zone temporaneamente autonome” e descrive la tattica del creare temporaneamente degli spazi autogestiti al fine di eludere le strutture e le istituzioni formali imposte dal controllo sociale. Bey considera che il modo migliore per creare un sistema di relazioni sociali indipendenti dal sistema sia quello di concentrarsi sul presente liberandosi dai meccanismi imposti. E proprio nei luoghi, le relazioni acquisiscono un senso.
Possono essere luoghi riconosciuti : una chiesa teatro di importanti avvenimenti, la cima di una montagna simbolica, un fiume considerato strategico nella storia, una bottega artigiana, un teatro itinerante per le piazze dei villaggi.
Allo stessa maniera rivelano importanza e senso di appartenenza anche luoghi apparentemente semplici e comuni come una roccia in una determinata zona, una fontana lungo una strada, una finestra con i gerani sul davanzale o la legna accatastata accanto all’ingresso di una casa in un piccolo villaggio.
È vero, d’altra parte, che il senso di appartenenza al luogo si è rivelato in buona parte indipendente dalla qualità estetica del paesaggio o alle difficoltà del momento storico, legandosi soprattutto ai significati simbolici e affettivi attribuiti ad esso o ad alcuni dei suoi elementi. Intervistati in una trasmissione su Via Stella, alcuni anziani operai dell’industria del legno a Barchetta, nonostante le situazioni di estremo pericolo per la sicurezza sui luoghi di lavoro, rimpiangono paesaggio e società.
Interpretare al meglio il paesaggio implica quindi la conoscenza di molti spazi, anche di quelli anonimi, marginali, liminali in cui sembra non accadere nulla ma che sono densi di significato.
Di paesaggi temporanei è possibile osservarne molteplici. In genere sono identificabili e segni e simboli sono chiaramente comprensibili.
Paesaggio temporaneo può essere un semplice muretto di quartiere in cui tanti si sono intrattenuti con gli amici. Luogo dove abbiamo posto le nostre firme, o tag, e che ne fanno uno spazio identificato e riconosciuto. Un punto di ritrovo oggi frequentato che col tempo potrebbe essere abbandonato o distrutto ma che in un periodo determinato (l’adolescenza dei ragazzi) sarà altamente significativo per chi lo frequenta o per chi lo osserva.
Paesaggio temporaneo che gode di una sua autonomia di segni e riti è un locale iconico come il Corsica bar a Bastia con il suo clima "à l'usu corsu", lo speciale jukebox con una nutrita discografia corsa, o i biglietti di carta posti sui tavolini vuoti con scritto riservato che probabilmente consentono ai locali di trovare un posto in alta stagione quando inevitabilmente si modifica il paesaggio frequentativo e di conseguenza i processi relazionali del suo spazio.
Paesaggio temporaneamente autonomo è il “Ghjornu di scontru" a Furiani nello stadio Cesari, in particolare la Tribuna Petrignani. Le bandiere con la testa di moro, la coesione e l’identificazione nella simbologia condivisa crea qui un paesaggio autonomo temporaneo con proprie regole e linguaggi dove le relazioni lo plasmano. Il sentimento attivo di legame implica attaccamento emozionale e quindi sviluppa lealtà a qualcosa cui si appartiene [1].
Allo stesso modo, all’esterno dello stadio svolge una sua funzione simbolica il monumento sorto per commemorare i morti della tragedia del 5 maggio 1992. Luogo di pellegrinaggio per tifosi locali ma anche per numerose tifoserie esterne che depongono lì le loro sciarpe come rituale di riconoscimento, investendo lo spazio di significato soprattutto nel prima e nel dopo degli incontri.
Anche una festa religiosa, una cerimonia, una commemorazione partecipata dalla comunità diviene paesaggio temporaneo autonomo e gode di una sospensione dalla routine. Pensiamo ad esempio alla manifestazione di segni e rituali che pervadono il paesaggio durante le celebrazioni per la festa di A Santa di Niolu che accoglie fedeli provenienti da tutta la Corsica e non solo. Casamaccioli, un piccolo villaggio viene catapultato in una nuova dimensione dove la fede cristiana e quella pagana danzano insieme in un vortice, "a Granitula ".
Sacro e profano camminano insieme con altri rituali e segni anche nella fiera agro pastorale. Qui avvengono scambi commerciali, di conoscenza e saperi. Momenti di convivialità sono scanditi da canti polifonici, dal chjama è rispondi, da cantanti e musicisti che si esibiscono ma sopratutto dalla fitta rete di conversazioni, pasti comuni e tempo condiviso che esprimono una fisicità a cui viene assegnato un significato, un valore, identificato e nominato attraverso una costruzione o una decostruzione sociale dei simboli.
Il paesaggio temporaneo della festa diventa veicolo d’identità culturale e gli individui e la collettività possono leggerne i segni. Lo spazio manifesta autonomamente un codice sonoro, musicale, polifonico costituito dalla cultura che ne accompagna i rituali e che comprende sia la memoria collettiva che individuale.
Anche in altre parti della Corsica si possono riscontrare situazioni di interessante livello simbolico che agiscono sul paesaggio in maniera temporanea. In quel di Sartène, oltre alla meraviglia del Catenacciu, il paese offre in settembre la festa dei santi Cosma e Damianu, festività meno nota del primo evento che ormai ha raggiunto una notorietà che travalica i confini dell'isola, ma ugualmente molto sentita dalla comunità locale.
Una lunga e affollata processione parte dalla chiesa dedicata ai santi che si affaccia su un belvedere a salutare il borgo all’ingresso sud del paese sulla T40 che collega Bonifaziu ad Ajaccio. I fedeli e i curiosi consumano la terra in percorsi obbligati, prima di giungere all'interno, fino all’anima del paese. Alcuni sacerdoti aprono il corteo insieme alle confraternite, altri lo chiudono, e spesso questi ultimi richiamano vociando con ilarità e simpatia i colleghi davanti onde evitare di sfilacciare il corteo e mantenerlo compatto “oh ziteddi pianu. Parechji sariani dighjà ghjunti in Bastia è certi so sempri in Bunifaziu”.
Il rituale coinvolge l’intera comunità attraversata dalla processione che passa fra le case, eleva nell'aria il canto "Sunate campane corse " e rimbomba per le vie strette e tortuose di Sartène. Alla fine serata i due Santi ritornano nella loro casa e dopo la messa il rito continua tessendo fili di discorsi davanti ai dolci e al vino offerti nel sagrato pensando già all’appuntamento del prossimo anno. La nostra osservazione si sposta quindi nelle bancarelle di prodotti artigianali nella piazza. Qui tesse il paesaggio il vociare dei bambini che si rincorrono con lo zucchero filato e gli anziani e i locali che si raccontano con il pastis e che guardano dai tavoli dei bar in perfetto sincretismo con gli sguardi e le parole dei numerosi visitatori, abitanti temporanei di quel paesaggio autunnale.
È così che Sartène si manifesta anche in noi. Per quel giorno nella nostra ricerca diventiamo soggetto dinamico che vive il paesaggio, lo esplora e se ne fa coinvolgere modificandolo e facendosi da esso modificare in un rapporto reciproco. Siamo temporaneamente parte di quel mosaico di relazioni, di segni, di parole, di suoni che costruisce il paesaggio.
Possono essere luoghi riconosciuti : una chiesa teatro di importanti avvenimenti, la cima di una montagna simbolica, un fiume considerato strategico nella storia, una bottega artigiana, un teatro itinerante per le piazze dei villaggi.
Allo stessa maniera rivelano importanza e senso di appartenenza anche luoghi apparentemente semplici e comuni come una roccia in una determinata zona, una fontana lungo una strada, una finestra con i gerani sul davanzale o la legna accatastata accanto all’ingresso di una casa in un piccolo villaggio.
È vero, d’altra parte, che il senso di appartenenza al luogo si è rivelato in buona parte indipendente dalla qualità estetica del paesaggio o alle difficoltà del momento storico, legandosi soprattutto ai significati simbolici e affettivi attribuiti ad esso o ad alcuni dei suoi elementi. Intervistati in una trasmissione su Via Stella, alcuni anziani operai dell’industria del legno a Barchetta, nonostante le situazioni di estremo pericolo per la sicurezza sui luoghi di lavoro, rimpiangono paesaggio e società.
Interpretare al meglio il paesaggio implica quindi la conoscenza di molti spazi, anche di quelli anonimi, marginali, liminali in cui sembra non accadere nulla ma che sono densi di significato.
Di paesaggi temporanei è possibile osservarne molteplici. In genere sono identificabili e segni e simboli sono chiaramente comprensibili.
Paesaggio temporaneo può essere un semplice muretto di quartiere in cui tanti si sono intrattenuti con gli amici. Luogo dove abbiamo posto le nostre firme, o tag, e che ne fanno uno spazio identificato e riconosciuto. Un punto di ritrovo oggi frequentato che col tempo potrebbe essere abbandonato o distrutto ma che in un periodo determinato (l’adolescenza dei ragazzi) sarà altamente significativo per chi lo frequenta o per chi lo osserva.
Paesaggio temporaneo che gode di una sua autonomia di segni e riti è un locale iconico come il Corsica bar a Bastia con il suo clima "à l'usu corsu", lo speciale jukebox con una nutrita discografia corsa, o i biglietti di carta posti sui tavolini vuoti con scritto riservato che probabilmente consentono ai locali di trovare un posto in alta stagione quando inevitabilmente si modifica il paesaggio frequentativo e di conseguenza i processi relazionali del suo spazio.
Paesaggio temporaneamente autonomo è il “Ghjornu di scontru" a Furiani nello stadio Cesari, in particolare la Tribuna Petrignani. Le bandiere con la testa di moro, la coesione e l’identificazione nella simbologia condivisa crea qui un paesaggio autonomo temporaneo con proprie regole e linguaggi dove le relazioni lo plasmano. Il sentimento attivo di legame implica attaccamento emozionale e quindi sviluppa lealtà a qualcosa cui si appartiene [1].
Allo stesso modo, all’esterno dello stadio svolge una sua funzione simbolica il monumento sorto per commemorare i morti della tragedia del 5 maggio 1992. Luogo di pellegrinaggio per tifosi locali ma anche per numerose tifoserie esterne che depongono lì le loro sciarpe come rituale di riconoscimento, investendo lo spazio di significato soprattutto nel prima e nel dopo degli incontri.
Anche una festa religiosa, una cerimonia, una commemorazione partecipata dalla comunità diviene paesaggio temporaneo autonomo e gode di una sospensione dalla routine. Pensiamo ad esempio alla manifestazione di segni e rituali che pervadono il paesaggio durante le celebrazioni per la festa di A Santa di Niolu che accoglie fedeli provenienti da tutta la Corsica e non solo. Casamaccioli, un piccolo villaggio viene catapultato in una nuova dimensione dove la fede cristiana e quella pagana danzano insieme in un vortice, "a Granitula ".
Sacro e profano camminano insieme con altri rituali e segni anche nella fiera agro pastorale. Qui avvengono scambi commerciali, di conoscenza e saperi. Momenti di convivialità sono scanditi da canti polifonici, dal chjama è rispondi, da cantanti e musicisti che si esibiscono ma sopratutto dalla fitta rete di conversazioni, pasti comuni e tempo condiviso che esprimono una fisicità a cui viene assegnato un significato, un valore, identificato e nominato attraverso una costruzione o una decostruzione sociale dei simboli.
Il paesaggio temporaneo della festa diventa veicolo d’identità culturale e gli individui e la collettività possono leggerne i segni. Lo spazio manifesta autonomamente un codice sonoro, musicale, polifonico costituito dalla cultura che ne accompagna i rituali e che comprende sia la memoria collettiva che individuale.
Anche in altre parti della Corsica si possono riscontrare situazioni di interessante livello simbolico che agiscono sul paesaggio in maniera temporanea. In quel di Sartène, oltre alla meraviglia del Catenacciu, il paese offre in settembre la festa dei santi Cosma e Damianu, festività meno nota del primo evento che ormai ha raggiunto una notorietà che travalica i confini dell'isola, ma ugualmente molto sentita dalla comunità locale.
Una lunga e affollata processione parte dalla chiesa dedicata ai santi che si affaccia su un belvedere a salutare il borgo all’ingresso sud del paese sulla T40 che collega Bonifaziu ad Ajaccio. I fedeli e i curiosi consumano la terra in percorsi obbligati, prima di giungere all'interno, fino all’anima del paese. Alcuni sacerdoti aprono il corteo insieme alle confraternite, altri lo chiudono, e spesso questi ultimi richiamano vociando con ilarità e simpatia i colleghi davanti onde evitare di sfilacciare il corteo e mantenerlo compatto “oh ziteddi pianu. Parechji sariani dighjà ghjunti in Bastia è certi so sempri in Bunifaziu”.
Il rituale coinvolge l’intera comunità attraversata dalla processione che passa fra le case, eleva nell'aria il canto "Sunate campane corse " e rimbomba per le vie strette e tortuose di Sartène. Alla fine serata i due Santi ritornano nella loro casa e dopo la messa il rito continua tessendo fili di discorsi davanti ai dolci e al vino offerti nel sagrato pensando già all’appuntamento del prossimo anno. La nostra osservazione si sposta quindi nelle bancarelle di prodotti artigianali nella piazza. Qui tesse il paesaggio il vociare dei bambini che si rincorrono con lo zucchero filato e gli anziani e i locali che si raccontano con il pastis e che guardano dai tavoli dei bar in perfetto sincretismo con gli sguardi e le parole dei numerosi visitatori, abitanti temporanei di quel paesaggio autunnale.
È così che Sartène si manifesta anche in noi. Per quel giorno nella nostra ricerca diventiamo soggetto dinamico che vive il paesaggio, lo esplora e se ne fa coinvolgere modificandolo e facendosi da esso modificare in un rapporto reciproco. Siamo temporaneamente parte di quel mosaico di relazioni, di segni, di parole, di suoni che costruisce il paesaggio.
[1] Gasparini, La sociologia degli spazi. Luoghi, città, società, Carocci editore, 2000.
Paysages futurs
Si dice che il paesaggio porta le intenzioni e le decisioni di una società. Il paesaggio è fatto dalla relazione fra ambiente e uomo.
È in questo rapporto di difficile equilibrio fra lo spazio e le attività economiche, in particolare quelle legate al turismo che probabilmente si rivelerà il paesaggio del futuro con il rischio che l’isola diventi uno dei tanti lungomare del mondo, dove il cemento è il principio naturale del paesaggio. È ormai evidente che lo sviluppo economico porta inevitabilmente a superare i limiti della auto sostenibilità ambientale.
Oggi si vive un po' come in quei momenti (la festa, la vacanza scolastica, la sagra e le giostre) che da piccoli si sperava potessero non terminare mai senza capire che quel periodo intenso aveva un valore proprio perché non faceva parte di un paesaggio statico, di una routine ma era raro, unico e atteso. Il paesaggio turistico vacanziero gioca proprio su questo, proiettando in alcuni luoghi l’idea di festa e divertimento tutto l’anno sacrificando quei momenti di vita densi e significanti, quei riti ancestrali che hanno scandito la vita degli uomini, nei palcoscenici della società dello spettacolo.
La globalizzazione non colpisce solo il paesaggio metropolitano. Pensiamo alla desertificazione dei rapporti sociali, all’isolamento delle persone che non conoscono i propri vicini, in fondo non è così differente dalla solitudine dei vuoti delle piazze e dei pieni dei social riscontrabile in tanti nostri piccoli paesi dell’area mediterranea. Rumori e silenzi che rimbombano anche nelle case della nostra Corsica. Spesso la stessa solitudine di un appartamento di Tokio, Roma o Parigi.
La globalizzazione e il cambiamento climatico agiscono nell’anima del paesaggio. A volte non è il trascorrere del tempo la causa del deterioramento ma sono gli uomini stessi. Da qui nasce il senso di “spaesamento” che le persone provano nel momento in cui il paesaggio muta. Perdono continuità con le proprie radici, con la propria storia e sono pervase dal disorientamento dovuto ai cambiamenti.
È evidente che se si vuole invertire o quantomeno frenare la tendenza autodistruttiva imposta da questo modello di sviluppo della “crescita” ad ogni costo, occorre essere consapevoli che il paesaggio merita cura e attenzione e le merita ovunque in quanto elemento chiave del benessere individuale e sociale in grado di influenzare la qualità della vita come componente essenziale dell’identità.
Ma i diritti del paesaggio non possono essere sostenuti impiegando lo stesso pensiero che lo ha marginalizzato, talvolta umiliato e offeso. Per cambiare, occorre acquisire una nuova postura, provare a guardare con occhi nuovi. Occorrerebbe pacificare il paesaggio. Sarebbe comodo ci fossero ancora i paceri, citati da Adami. , da chiamare per riportare l’attenzione alle cose, dove ciascuno è responsabile di se stesso e degli altri allo stesso tempo. Se il territorio è lo spazio organizzato dell’uomo, il paesaggio è la proiezione soggettiva del territorio mentale e sentimentale [1].
Non c’è differenza tra il contadino e la sua terra. Ce lo dice in maniera magnifica la lingua corsa “ch’ellu hè nant’ à ellu”. Non c’è nessuna differenza tra il paesaggio e coloro che lo vivono. È una sinfonia di storie, di terra, di fiumi, di cibo, di profumi e di saperi, di vuoti e di pieni.
È in questo rapporto di difficile equilibrio fra lo spazio e le attività economiche, in particolare quelle legate al turismo che probabilmente si rivelerà il paesaggio del futuro con il rischio che l’isola diventi uno dei tanti lungomare del mondo, dove il cemento è il principio naturale del paesaggio. È ormai evidente che lo sviluppo economico porta inevitabilmente a superare i limiti della auto sostenibilità ambientale.
Oggi si vive un po' come in quei momenti (la festa, la vacanza scolastica, la sagra e le giostre) che da piccoli si sperava potessero non terminare mai senza capire che quel periodo intenso aveva un valore proprio perché non faceva parte di un paesaggio statico, di una routine ma era raro, unico e atteso. Il paesaggio turistico vacanziero gioca proprio su questo, proiettando in alcuni luoghi l’idea di festa e divertimento tutto l’anno sacrificando quei momenti di vita densi e significanti, quei riti ancestrali che hanno scandito la vita degli uomini, nei palcoscenici della società dello spettacolo.
La globalizzazione non colpisce solo il paesaggio metropolitano. Pensiamo alla desertificazione dei rapporti sociali, all’isolamento delle persone che non conoscono i propri vicini, in fondo non è così differente dalla solitudine dei vuoti delle piazze e dei pieni dei social riscontrabile in tanti nostri piccoli paesi dell’area mediterranea. Rumori e silenzi che rimbombano anche nelle case della nostra Corsica. Spesso la stessa solitudine di un appartamento di Tokio, Roma o Parigi.
La globalizzazione e il cambiamento climatico agiscono nell’anima del paesaggio. A volte non è il trascorrere del tempo la causa del deterioramento ma sono gli uomini stessi. Da qui nasce il senso di “spaesamento” che le persone provano nel momento in cui il paesaggio muta. Perdono continuità con le proprie radici, con la propria storia e sono pervase dal disorientamento dovuto ai cambiamenti.
È evidente che se si vuole invertire o quantomeno frenare la tendenza autodistruttiva imposta da questo modello di sviluppo della “crescita” ad ogni costo, occorre essere consapevoli che il paesaggio merita cura e attenzione e le merita ovunque in quanto elemento chiave del benessere individuale e sociale in grado di influenzare la qualità della vita come componente essenziale dell’identità.
Ma i diritti del paesaggio non possono essere sostenuti impiegando lo stesso pensiero che lo ha marginalizzato, talvolta umiliato e offeso. Per cambiare, occorre acquisire una nuova postura, provare a guardare con occhi nuovi. Occorrerebbe pacificare il paesaggio. Sarebbe comodo ci fossero ancora i paceri, citati da Adami. , da chiamare per riportare l’attenzione alle cose, dove ciascuno è responsabile di se stesso e degli altri allo stesso tempo. Se il territorio è lo spazio organizzato dell’uomo, il paesaggio è la proiezione soggettiva del territorio mentale e sentimentale [1].
Non c’è differenza tra il contadino e la sua terra. Ce lo dice in maniera magnifica la lingua corsa “ch’ellu hè nant’ à ellu”. Non c’è nessuna differenza tra il paesaggio e coloro che lo vivono. È una sinfonia di storie, di terra, di fiumi, di cibo, di profumi e di saperi, di vuoti e di pieni.
[1] Turri, Il paesaggio degli uomini: la natura, la cultura, la storia, Zanichelli, 2003.
Les villages au centre du futur paysage
Negli ultimi anni si registra fortunatamente una crescente attenzione al paesaggio di luoghi considerati marginali che potrebbero rivestire una nuova centralità nel breve termine come realtà alternative dell’abitare, del produrre, del comunicare. Paesaggi locali costruttori di nuove potenziali comunità capaci di costruire un futuro auspicabile. Paesaggi innovativi non necessariamente futuristici come nelle percezioni dell'indagine sopra citata e dalla dimensione stratificata che oggi può essere arricchita con l’ausilio di nuove tecnologie e conoscenze.
I paesaggi dei paesi in Corsica e in tutta l’area del Mediterraneo sono enciclopedie che contengono storie che raccontano di persone, di terra, di cibo, di speranze e delusioni, di vita e di morte che hanno lasciato innumerevoli segni nel territorio. Sono incontri, ascolto e dialogo. Storie di continuità e di fratture profonde. Sono depositi di memoria che andrebbero custoditi nei caveau, manufatti dai saperi complessi, pratiche d’uso, modelli culturali che hanno trovato nel tempo i migliori modi per vivere ed integrarsi.
Il rischio di perdere la memoria si evince nelle parole di Antoniotti, "notamment, des pans entiers d’un savoir accumulé depuis des siècles s’effondrent, plongeant dans le silence et la nuit l’expérience des hommes." Un uomo senza paesaggio è privo di ogni risorsa scrive il premio Nobel Patrick Modiano.
Spesso nei nostri viaggi invernali nell’isola riscopriamo angoli dove nessuno sta andando. I paesi che andiamo a trovare in Corsica ci raccontano di loro ma anche di noi. In alcuni casi colpisce il fascino per le rovine o per il luogo abbandonato che spezza la conformità, la monotonia dei paesaggi sempre più omologati. È però il sentimento di resa che pervade i silenziosi villaggi. Qui contrariamente ad altre aree, la bellezza di alcuni è perpetuata in maniera talvolta semplice con ogni sorta di accorgimento.
Con lo sguardo e il racconto del paesaggio non si recuperano solo le storie, i toponimi, i suoni. Ci si prende cura dei luoghi, dei patrimoni materiali e immateriali. Si dà voce ai silenzi di una casa chiusa o che piange sulle proprie mura. Si ripone la legna all’interno di un camino spento e si aspetta che da un momento all’altro una scintilla lo accenda.
Per ripensare è necessario osservare anche i vuoti. Siamo convinti che il paesaggio può essere salvato anche dalle parole in modo che la narrazione non cada nell’oblio. Accendere un registratore, annotare su un taccuino le sensazioni, i dialoghi, le storie, i saluti, brandelli di conversazioni davanti al caffè pervasi dalla lentezza degli sguardi, fra l’intensità dei silenzi e la transumanza delle parole.
Al bar Paoli a Vico il paesaggio lo fa l’anziano barista che racconta di essere in pensione e di essere lì per aiutare a tener aperto il locale. È, nel signor Casalta che dai tavolini accanto racconta le origini italiane della sua famiglia e quella di tanti altri abitanti. Così è paesaggio la fontana di Talasani, teatro di conversazioni sulla vita del paese che determinano il racconto di chi ha lasciato il continente per ritornare sull’isola. Lo si trova a Castellare di Casinca, in un orto, conversando sulle luci delle isole e delle coste italiane che si riflettono nel paesaggio del paese. È a Brando dove il paesaggio vive nella scoperta di una tomba collettiva dove tutta la comunità ha l’opportunità di una sepoltura economicamente accessibile. Si è manifestato in un terrazzamento invernale a Penta di Casinca, in un canale che porta l’acqua ad un orto di cipolle nate da antiche sementi conservate e recuperate a Pianellu, in un aranceto ad Antisanti.
Oggi alcuni pionieri provano a voltare le spalle a quel paesaggio culturale, industriale, metropolitano e globalizzante ma soprattutto all’obsoleto concetto di crescita, con la cura dei dettagli, dei piccoli gesti attraverso scelte che parlano per e con la comunità. Portano con sé altre storie. Ogni persona porta con sé una propria geografia, fatta del paese in cui è nato e cresciuto, dei tragitti migratori che ha compiuto e del luogo dove vive adesso.
Lo zaino che contiene antichi saperi e nuova conoscenza in marcia con lo sguardo rivolto avanti per costruire i nuovi paesaggi che saranno luoghi di retro-innovazione. Qui il paesaggio lo fanno gli oggetti, le attività, le pratiche dell’abitare i luoghi che acquisiscono costantemente nuovi significati a seconda degli sguardi. Spazi auspicabili in cui forse il vero valore economico non avrà solo le poche voci che compongono l’orchestra del prodotto interno lordo, ma terrà conto della qualità della vita, della felicità, della convivialità, della frugalità, di una comunità in grado di offrire una ri-significazione.
Per il paesaggio futuro non può comunque bastare il pur prezioso recupero della conoscenza del passato da affidare alle nuove scoperte e alle nuove tecnologie. Né basta tantomeno un insieme di pietre e di materiali per costruire l'abitare. La relazione uomo-spazio è un processo sempre in corso. Il paesaggio del futuro dovrà attingere a nuovi suoni culturali, conviviali, pensati per un nuovo tempo.
Paesaggio è anche un castagneto che riceve dopo tanti anni la cura dello sguardo dell’uomo ma il paesaggio non è solo il castagneto di per sè ma anche tutte le persone, l'ambiente e le pratiche di lavorazione che consentono di arrivare alla farina. Paesaggio è macinare la farina e trae senso dalle relazioni, dal modo in cui le popolazioni percepiscono queste dinamiche attribuendo significati e valori.
I paesaggi e i paesi possono diventare laboratori per il futuro. Luoghi dove si studia come conservare con tecniche moderne le eccellenze delle produzioni, congelare la castagna forse. Comunità di comunità in grado di garantire la polifonia dei paesaggi e una gentrificazione degli approcci e delle conoscenze.
Nei nostri viaggi abbiamo raccolto e conservato pezzi di paesaggio ovunque. Ci siamo ritrovati uniti nel racconto attraverso le storie e le relazioni, i fili di un telaio perpetuo. Microcosmi, specchi capaci di riflettere contraddizioni e speranze. Talvolta basta uno sguardo per legarsi a un luogo, a volte è possibile provare attaccamento anche per luoghi che non si sono mai conosciuti, ma di cui si è soltanto letto o sentito parlare.
Basta a leggere Fernando Pessoa :
“È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”
I paesaggi dei paesi in Corsica e in tutta l’area del Mediterraneo sono enciclopedie che contengono storie che raccontano di persone, di terra, di cibo, di speranze e delusioni, di vita e di morte che hanno lasciato innumerevoli segni nel territorio. Sono incontri, ascolto e dialogo. Storie di continuità e di fratture profonde. Sono depositi di memoria che andrebbero custoditi nei caveau, manufatti dai saperi complessi, pratiche d’uso, modelli culturali che hanno trovato nel tempo i migliori modi per vivere ed integrarsi.
Il rischio di perdere la memoria si evince nelle parole di Antoniotti, "notamment, des pans entiers d’un savoir accumulé depuis des siècles s’effondrent, plongeant dans le silence et la nuit l’expérience des hommes." Un uomo senza paesaggio è privo di ogni risorsa scrive il premio Nobel Patrick Modiano.
Spesso nei nostri viaggi invernali nell’isola riscopriamo angoli dove nessuno sta andando. I paesi che andiamo a trovare in Corsica ci raccontano di loro ma anche di noi. In alcuni casi colpisce il fascino per le rovine o per il luogo abbandonato che spezza la conformità, la monotonia dei paesaggi sempre più omologati. È però il sentimento di resa che pervade i silenziosi villaggi. Qui contrariamente ad altre aree, la bellezza di alcuni è perpetuata in maniera talvolta semplice con ogni sorta di accorgimento.
Con lo sguardo e il racconto del paesaggio non si recuperano solo le storie, i toponimi, i suoni. Ci si prende cura dei luoghi, dei patrimoni materiali e immateriali. Si dà voce ai silenzi di una casa chiusa o che piange sulle proprie mura. Si ripone la legna all’interno di un camino spento e si aspetta che da un momento all’altro una scintilla lo accenda.
Per ripensare è necessario osservare anche i vuoti. Siamo convinti che il paesaggio può essere salvato anche dalle parole in modo che la narrazione non cada nell’oblio. Accendere un registratore, annotare su un taccuino le sensazioni, i dialoghi, le storie, i saluti, brandelli di conversazioni davanti al caffè pervasi dalla lentezza degli sguardi, fra l’intensità dei silenzi e la transumanza delle parole.
Al bar Paoli a Vico il paesaggio lo fa l’anziano barista che racconta di essere in pensione e di essere lì per aiutare a tener aperto il locale. È, nel signor Casalta che dai tavolini accanto racconta le origini italiane della sua famiglia e quella di tanti altri abitanti. Così è paesaggio la fontana di Talasani, teatro di conversazioni sulla vita del paese che determinano il racconto di chi ha lasciato il continente per ritornare sull’isola. Lo si trova a Castellare di Casinca, in un orto, conversando sulle luci delle isole e delle coste italiane che si riflettono nel paesaggio del paese. È a Brando dove il paesaggio vive nella scoperta di una tomba collettiva dove tutta la comunità ha l’opportunità di una sepoltura economicamente accessibile. Si è manifestato in un terrazzamento invernale a Penta di Casinca, in un canale che porta l’acqua ad un orto di cipolle nate da antiche sementi conservate e recuperate a Pianellu, in un aranceto ad Antisanti.
Oggi alcuni pionieri provano a voltare le spalle a quel paesaggio culturale, industriale, metropolitano e globalizzante ma soprattutto all’obsoleto concetto di crescita, con la cura dei dettagli, dei piccoli gesti attraverso scelte che parlano per e con la comunità. Portano con sé altre storie. Ogni persona porta con sé una propria geografia, fatta del paese in cui è nato e cresciuto, dei tragitti migratori che ha compiuto e del luogo dove vive adesso.
Lo zaino che contiene antichi saperi e nuova conoscenza in marcia con lo sguardo rivolto avanti per costruire i nuovi paesaggi che saranno luoghi di retro-innovazione. Qui il paesaggio lo fanno gli oggetti, le attività, le pratiche dell’abitare i luoghi che acquisiscono costantemente nuovi significati a seconda degli sguardi. Spazi auspicabili in cui forse il vero valore economico non avrà solo le poche voci che compongono l’orchestra del prodotto interno lordo, ma terrà conto della qualità della vita, della felicità, della convivialità, della frugalità, di una comunità in grado di offrire una ri-significazione.
Per il paesaggio futuro non può comunque bastare il pur prezioso recupero della conoscenza del passato da affidare alle nuove scoperte e alle nuove tecnologie. Né basta tantomeno un insieme di pietre e di materiali per costruire l'abitare. La relazione uomo-spazio è un processo sempre in corso. Il paesaggio del futuro dovrà attingere a nuovi suoni culturali, conviviali, pensati per un nuovo tempo.
Paesaggio è anche un castagneto che riceve dopo tanti anni la cura dello sguardo dell’uomo ma il paesaggio non è solo il castagneto di per sè ma anche tutte le persone, l'ambiente e le pratiche di lavorazione che consentono di arrivare alla farina. Paesaggio è macinare la farina e trae senso dalle relazioni, dal modo in cui le popolazioni percepiscono queste dinamiche attribuendo significati e valori.
I paesaggi e i paesi possono diventare laboratori per il futuro. Luoghi dove si studia come conservare con tecniche moderne le eccellenze delle produzioni, congelare la castagna forse. Comunità di comunità in grado di garantire la polifonia dei paesaggi e una gentrificazione degli approcci e delle conoscenze.
Nei nostri viaggi abbiamo raccolto e conservato pezzi di paesaggio ovunque. Ci siamo ritrovati uniti nel racconto attraverso le storie e le relazioni, i fili di un telaio perpetuo. Microcosmi, specchi capaci di riflettere contraddizioni e speranze. Talvolta basta uno sguardo per legarsi a un luogo, a volte è possibile provare attaccamento anche per luoghi che non si sono mai conosciuti, ma di cui si è soltanto letto o sentito parlare.
Basta a leggere Fernando Pessoa :
“È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”